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Archive for the ‘riflessioni’ Category

Un problema di forma mentis

Viaggiando per la rete si sa si legge, si legge e a volte ci si imbatte in fenomeni abbastanza singolari, soprattutto nei blog, ho letto parecchi blogger, specializzati, in una sola cosa, la critica, e per critica non intendo quella critica costruttiva, benevola volta a dare un’opinione precisa e magari un’alternativa o un consiglio riguardo a qualcuno, al lavoro svolto da quel qualcuno o a una decisione di quel qualcuno. Molto spesso nei blog trovo invece critiche al limite dell’invettiva, in cui si demolisce il lavoro “artistico”, “umano” e anche la personalità e l’essenza delle cose riducendone la profondità e la complessità ad una serie di semplificazioni rafforzate da un ideologia spicciola spesso anche reazionaria nel senso che impone un punto di vista su qualsiasi cosa, e se non condividi quel punto di vista sei automaticamente rigettato, insomma una cosa che sembra scritta da oriana fallaci in sindrome premestruale. Ci sono molti blog che esprimono questo tipo di articoli, ed alcuni possono essere anche condivisibili, ma non è tanto il contenuto a preoccuparmi sebbene a volte gli oggetti delle critiche possano essere cose che io personalmente apprezzo( jovanotti, marco travaglio, nichi vendola, elio e le storie tese, il cinema di steven spielberg, etcetera) ma è la forma, ovvero non è il cosa ma il come.

Ed è una forma mentis dovuta ad una cultura prettamente televisiva, ne sono esempi il pensiero che esista una cosa pura e artistica che va osannata e adorata e di cui vanno stimati gli apprezzatori, e una cosa commerciale sporca creata dalle industrie per fare soldi che va criticata e di cui vanno criticati anche i fan (questo esempio vale soprattutto per i gusti musicali), oppure molto spesso il contenuto è questo intellettuale ha detto questa cosa di quest’altra cosa per cui io, che sono intellettuale, sono d’accordo con lui (ed ecco ad esempio come si diffonde l’idea sul ’68 creata dall’affermazione straripetuta di Pasolini sulla manifestazione di valle giulia, senza contare che se non ci fosse stato il sessantotto ne il sottoscritto ne la sua progenitrice sarebbero potuti andare all’università), un altro modo per criticare a muzzo una cosa è non capire una mazza di quella cosa, ma non capirla da intellettuali, e quindi fare un ragionamento del tipo questo sta dicendo delle minchiate perchè io non capisco questa cosa, (l’esempio più lampante è la reazione della dichiarazione di Nichi Vendola: ” io darei la possibilità di adozione ai single” in cui un blog di presunto stampo LGBT dichiarava che l’affermazione era contraria ai diritti delle coppie LGBT, poichè Vendola si stava parando il culo cercando voti nella direzione degli ambienti cattolici; non ho la citazione diretta ma era un ragionamento di questo tipo).

Questo modo di ragionare, fa fondamentalmente due danni, in primo luogo crea un modo di pensare in cui l’essere sapienti, intellettuali, fighi, vuol dire sommamente criticare e demolire qualcosa, (sto parlando di critiche a cose criticabili una notizia dovrebbe sempre esporre fatti non critiche). Criticare non serve a nulla, in se serve se si ha qualcosa da proporre, se  si è preparati e se si ha esperienza, se si vuole migliorare la situazione, se si vuole far riflettere la gente, questo è il compito della critica, molto spesso quello che leggo io, sono appunto sfoghi di pancia scritti con la retorica del dito puntato da suffragette isteriche o novelli savonarola, che non capiscono la metà del mondo che gli sta girando attorno e preferiscono con le loro comari stare a ciciarare piuttosto che darsi una mossa.

L’altro danno fondamentale è distruggere i miti, non sto parlando di justin bieber o di twilight, sto parlando di artisti, mezzi, politici, canzoni, che possono seriamente cambiare un pochino le cose, affermare che che guevara era un assassino, o che i partigiani erano assassini, anche se fosse considerato storicamente corretto( se si pensa che in guerra è naturale uccidere la gente lo è), lo potrebbe essere moralmente? distruggere un mito, significa fondamentalmente far ricordare che tutti siamo uomini e commettiamo errori e in questo modo però si distrugge parte della speranza tutta umana e in quanto umana realizzabile di cambiare, di rinunciare ai nostri errori e di creare una società migliore anche se basata su falsi miti, d’altronde cosa sono le gesta eroiche degli antichi greci e latini se non cose normali anzi normalissime che sono state esagerate tramite la narrazione orale?

Cosa si può fare dunque? innanzitutto bisogna capire quali possono essere le rappresentazioni sociali e totemiche che possono portare a qualcosa di buono e quali no, e per questo bisogna come dice calvino “Distinguere ciò che è inferno da ciò che non lo è e farlo durare e dargli spazio” pur sapendo che ci deluderà noi abbiamo dato il la ad un processo che avrà conseguenze che non si possono prevedere ma che porterà il cambiamento e con esso qualcosa di completamente diverso, nuovi problemi, nuove lotte, nuovi dibattiti e anche forse un nuovo inferno, ma che altri saranno in grado di scrutare e di creare da esso nuove realtà il mondo è un eterno mutare accettiamo il cambiamento, viviamolo impegnandoci con le nostre idee, prepariamoci a discuterle e a cambiarle e costruiamo i nostri castelli di sabbia con l’assoluta certezza che verranno distrutti dalla corrente e che per questo li si dovrà ricostruire, e però con il dovuto coraggio di non arrendersi mai alla corrente, poichè è questo che ci fa soffrire, la tristezza di una cosa andata a male e l’arrendersi al fatto che una cosa potrebbe andare male, e queste due categorie, sono sintomatiche non solo degli stati ansiosi e depressivi, ma anche dei cittadini di un paese di nome italia in cui i vecchi si vedono portate via le cose per cui hanno lottato e i giovani non combattono per riaverle. Bisogna soffrire! Bisogna lottare con le unghie e con i denti per quello che crediamo valga la pena altrimenti non ci sarà partito movimento leader politico che tenga, noi scegliamo il nostro destino, e noi possiamo fare la differenza.

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Il cosiddetto male

Nelle riflessioni notturne che in questi giorni mi capita di scambiare con una mia amica attualmente in australia, e soprattutto da diverse letture che hanno come tema le vite delle persone si è radicata in me l’idea rappresentata da quel simbolo cinese, che in occidente chiamiamo spesso semplicemente tao, la ruota con il girino bianco e il girino nero, e nel nero c’è un punto di bianco e nel bianco c’è un punto di nero.

Il simbolo in questione è caratteristico di un modo di pensare che ultimamente nella nostra società è andato perduto, ovvero quella fondamentale idea fondamentale per il progresso dell’umanità secondo cui bene e male non  sono contrapposti e agli antipodi, ma fanno parte della stessa, natura e dello stesso supremo fondamento, quest’ultimo è anche il vero nome del simbolo di cui sopra.

Perchè dico che questa idea è alla base della nostro progresso, perchè mi sembra di capire che nella vita va avanti chi trova i suoi errori, chi riesce a vedere il puntino bianco nel nero e il puntino nero nel bianco, in fondo è dai nostri fallimenti che troviamo la vera saggezza, e nei nostri momenti tristi che capiamo chi siamo, nel nostro dolore c’è la forza di andare avanti, e nelle lacrime la forza di sorridere, le nostre delusioni amorose sono i mattoni delle nostre conquiste, le ingiustizie quotidiane sono il prezzo del nostro riscatto, e prima di una rivoluzione c’è sempre un tiranno da abbattere questo è il nero da cui scaturisce il bianco.

Il fondamento supremo dell’esistenza è quindi il cambiare, il divenire e perchè no il migliorare, assieme al modo in cui viviamo il passaggio; il modo in cui la nostra volontà di cambiare provoca il cambiamento, ecco allora che chi vuole la pace, deve vivere la guerra e in se ha un animo guerriero, ecco allora che chi vuole l’amore e l’amicizia, deve convivere con l’odio e l’ipocrisia, ed ecco allora come nasce il cambiamento, non dalle parole ma davanti alle azioni, e ai fatti, e chi non cambia davanti a questi ultimi è solo perchè ancora non si è veramente reso conto delle infinite possibilità che la vita gli pone davanti.

E quando se ne rende conto è già cambiato, perchè i cambiamenti della vita passano sempre dai mutamenti dell’animo e della persona, e questo dona all’individuo un nuovo modo di vivere, pensare, filtrare e ripulire, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, e dona la forza di creare legami e relazioni veri con le persone, e non le sciatte relazioni che si costruiscono nei salotti bene o nei social network, e di imparare veramente una materia restandone affascinati, invece che sentirsi obbligati a stare ore e ore su un libro che non si imparerà mai davvero tanto per riuscire a dire quattro frasi in croce a un professore in cambio di un voto alto.

E un’altra cosa da dire sul cambiamento è che non si può programmare, prima o poi arriva, un po’ come l’amore, un proverbio cinese dice: se vuoi fare ridere gli dei raccontagli i tuoi piani, questo non è un invito a non fare piani, ma a farli sapendo che come i castelli di sabbia il giorno dopo saranno caduti e li dovrai ricostruire, ed è di questo che si parla quando si parla di bene e male di maree che distruggono i nostri castelli di sabbia, accettiamo la marea come parte del gioco e costruiamo sembre castelli di sabbia più belli e più resistenti.

Dato l’orario in cui è stato pubblicato ed essendo frutto di una notte insonne, l’autore si dichiara estraneo a qualsiasi responsabilità grammaticale.

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